Capitolo 43
Cinque fronti
L’odore del freddo pungente e secco, solleticava le narici e penetrava nel setto nasale, fino ad arrivare al cervello, condensandosi e cristallizzandosi nella sua memoria.
Le colonne dalla solida base di granito erano così alte che quasi sparivano alla vista, con scanalature che le rimembravano rettilinei di piste per i cavalli da corsa, che s’impennavano dritte al cielo, proseguendo senza fine per sorreggere un soffitto azzurro increspato e cristallino che non esisteva.
Non avrebbe osato toccare quelle pareti scavate nella roccia. Alla sola vista di quelle ghiacciate mura, percepiva i raggelati brividi per tutto il corpo e la pelle d’oca. Per lei che odiava il freddo, la sola idea di quel gelo le faceva ribrezzo. Avrebbe pensato di trovarsi in una qualche sperduta grotta buia scavata nel gelido ghiaccio. Eppure non era immersa nell’oscurità, bensì si trovava in un ambiente ben illuminato. Non erano però torce, quelle appese alle pareti, bensì fuochi bluastri, grossi e panciuti come fuochi da campo appiccicati alla raggelata roccia. Tra le due colonne vi era un gigantesco portale a due ante rettangolari, di cui si vedeva la base ma non l’architrave. Costruite con cristallo azzurro, le estremità erano delimitate da due cornici, dorata la più interna e color mogano la più esterna. Vi erano due grosse maniglie squadrate rettangolari dorate che sembravano essere forgiate dai giganti di ghiaccio per quanto erano grosse e sproporzionate, sulla cui parte alta era impresso il simbolo dell’elemento ghiaccio. Poco sotto il maniglione sinistro sembrava esserci una serratura piccola poco più di una mano, a forma di spirale circolare, mentre sotto quello destro vi era una piccola iscrizione quadrata:
Straniero, viandante e viaggiatore, benvenuti al polo est.
Ciò che vi è oltre queste soglie, non dovrà mai essere risvegliato,
Un potere mostruoso è qui celato, che sul mondo il suo triste fato ha abbattuto.
Straniero, viandante e viaggiatore, che al polo est vi approssimate
Qui il puro ghiaccio è conservato, il gelo che un impero ha detenuto
la sua potenza non sfruttate, o l’avido desiderio richiamerete.
Straniero, viandante e viaggiatore, il polo est non vi attende
per cui a esso non v’accostate, se la malasorte attirare non vorrete
se la seconda chiave non possedete, questo triste luogo abbandonate.
Al leggere quella strana iscrizione, si grattò la testa, dubbiosa. Mah... non ci capisco niente... che cavolo significa? Ma soprattutto dove sono? Rilesse con incertezza l’iscrizione Il polo est? Mai sentito! Mise le mani ai fianchi e osservò i portali Beh... direi che c’è solo un modo per scoprire dove sono... Si avvicinò al mastodontico portone e provò a spingere l’anta di destra. Pressò con entrambe le mani, gemette, sudò fino a farsi rossa come una rapa e spinse con tutto il vigore che aveva in corpo, consumando il pavimento sotto di sé. Ma per quanta forza usasse, la porta non si smuoveva di un millimetro.
«Mia cara non ti affannare, ora ti spiegherò tutto e tutto ti sarà chiaro...» richiamò la sua attenzione una voce gongolante alle sue spalle, che si schiarì la gola «Devi sapere che le porte servono a tenere la gente fuori da determinati luoghi, per farlo hanno delle serrature che le sigillano per aiutarle in questo modo. Le chiavi aprono le serrature e di conseguenza le porte, se non hai la chiave, non puoi aprire la porta.»
Mina si girò lentamente con condiscendenza e si ritrovò davanti la solita curiosa figura incappucciata che indossava la bianca tunica logora, dalla barba folta, il piccolo naso e la fascia sulla fronte che si avvicinava divertita a passi lenti, con le mani dietro la schiena e ammirava la porta con sguardo quasi fiero.
Lei fece una smorfia spazientita «Grazie, o onnisciente maestro, per aver dissipato ogni mio dubbio...»
Lui fece un cenno di ringraziamento «Ma ti pare, sono preposto proprio a questo compito...»
«Ma ti dirò, un po’ l’avevo intuito il suo funzionamento. In genere è così che funzionano le porte e le chiavi. Cioè... le hanno inventate apposta...» rispose Mina.
L’uomo allargò le labbra divertito «E allora perché la spingi?»
«Perché magari qualcuno l’aveva lasciata aperta e avrei potuto vedere cosa c’era dentro» ribatté in tono altrettanto saccente. Si guardò intorno «Anche perché non vedo cos’altro potrei fare...» Dopodiché Mina si avvicinò all’uomo e indicò il portale «Scherzi a parte, tu sai cosa c’è là dentro?»
L’uomo si sporse verso il portale «Sì.»
Seguirono alcuni momenti di silenzio.
Mina si piegò in avanti «E... non potresti dirmelo, o per lo meno mostrarmelo? Cioè... altrimenti che ci facciamo qui?»
L’uomo fece spallucce «Ciò che vi è oltre, ora non è importante. Tuttavia mi è sembrato doveroso chiamarti qui...» poi le andò oltre e osservò i giganteschi portali «Lo sai che questo luogo è stato costruito dai giganti di ghiaccio?»
Mina si accigliò «Mi hai chiamata tu? Ma perché? Si può sapere dove siamo?»
L’uomo trasalì «Uh...? Ah... beh... siamo a Egril... al polo est» e indicò la scritta.
Mina reclinò il capo un po’ delusa da quella risposta «Sì, so leggere... tra l’altro è ripetuto anche più volte, quindi in caso non mi fosse entrato in testa... E poi con tutto questo ghiaccio dove altro potevamo essere, se non nell’impero? Cioè...»
L’uomo convenne «È vero. In effetti sei sempre stato un tipo perspicace Naar.» Poi scosse la testa e sospirò «Spero sia pronto, Naar, a breve ti attenderà la battaglia più difficile della tua vita, la battaglia della tua vendetta. Sarai in grado di portarla a termine?»
Mina contrasse la fronte e si sentì un po’ in difficoltà «Devo ancora portare a termine alcune cose... cioè...»
«L’imperatore ormai è tornato... È ora che dia inizio al tuo piano, o perderai la tua occasione» la incalzò.
«Sì, lo so... lo so... Infatti in questi giorni io...» rispose cordiale, poi sussultò e sgranò gli occhi incredula «Ma tu come fai a saperlo?»
«Io vedo tutto e so tutto, mio caro Naar...» rispose con un sorrisetto. Poi batté la nocca sulla porta provocando un rumore sordo «Ti ho portata qui, per mostrarti ciò che la vendetta porterà...»
«Ciò che la vendetta porterà?» chiese Mina con incertezza. Questo tipo è sempre più enigmatico...
L’uomo incappucciato annuì «Mai sentito parlare del Gelido Duello?»
Mina sgranò gli occhi sorpresa «Sì, ma non ricordo che fosse una storia di vendetta, cioè...»
L’uomo reclinò il capo «Uhm... quindi presumo che hai dimenticato, Naar...» fece una breve pausa «Allora, sappi che da alcuni anni a questa parte, alcune storie sono state un po’ cambiate...»
«Cambiate? Cioè... intendi come se fossero state censurate?» chiese curiosa.
«Cambiato, censurato, che differenza fa? Indipendentemente dal metodo utilizzato, una storia distorta, resta tale...» rispose amaramente l’uomo.
Mina sospirò «Anche Zephyr sosteneva che la storia fosse stata cambiata quando tornò da Raqi... è per quello che ha cominciato tutto questo... Sin da quando lesse il Libro di Naar, credeva che qualcuno avesse nascosto alcuni elementi riguardanti il nono elemento e... non solo di quello...»
L’uomo si voltò verso Mina «Purtroppo era necessario. Dovevamo proteggere Nesia da Nehor, se non l’avessimo fatto, si sarebbe risvegliata cicli or sono...» poi reclinò il capo «Ma scusa, tu non hai letto il Libro di Naar?» domandò inquisitorio l’uomo.
Mina arrossì «È sul comodino... cioè... è nella lista...»
L’uomo sospirò avvilito «Certo... come no...» poi si avvicinò alla porta «In ogni caso, ti mostrerò cosa accadrà... Quindi vedi di mettercela tutta...»
Mina fece una smorfia beffarda «Non servirà a niente augurarmi buona fortuna, io le cose le faccio accadere come dico io, credevo che mi conoscessi...»
L’uomo le sorrise «È vero... errore mio...» poggiò le mani sulle porte, mormorò qualcosa, sfortunatamente Mina non comprese cosa avesse detto. Poco dopo dalla mano si diramò un’azzurra luce fredda, simile alla gelata improvvisa di un lago, illuminando i portali in ogni loro punto. Pigiò con la mano e spinse via il portale. Esso si aprì lentamente, sollevando del gelido vapore che investì l’intera stanza, costringendo Mina a coprirsi il viso. L’aprì abbastanza da far passare una persona al suo interno. Non vi era alcuna luce che fuoriusciva.
«Come hai fatto?» chiese Mina tra il meravigliato e lo sconvolto.
L’uomo fece una smorfia divertita «È un tuo sogno. Decidi tu chi può fare cosa...» facendole un occhiolino e facendole spazio per farla entrare. Mina lo precedette e attraversò i portali.
La stanza era immersa nell’oscurità. Alle sue spalle s’illuminò un pallido bagliore bluastro «Ecco qua...» disse l’uomo che aveva tra le mani una fiamma identica a quelle appese alle pareti di ghiaccio. La piccola sala era immersa nelle pareti di cristallo, sembrava a pianta ottagonale da quanto riusciva a vedere. Al centro della sala s’intravedevano due grosse superfici di ghiaccio cristallino spesso, a forma di parallelepipedo, ai quattro vertici superiori erano scolpite delle teste di aquila, dai becchi ritorti in basso, senza occhi, ma con dei vacui spazi neri al loro posto e il piumaggio era tirato all’indietro, come se il loro corpo fosse rivestito dei rami dei fiocchi di neve. Ai lati della grossa superficie vi erano due lunghi maniglioni dorati cilindrici, con alle estremità delle grinfie di aquila. Sulla facciata anteriore era posta una corona di fiori di ghiaccio come decorazione. Vi erano degli splendidi crisantemi azzurri, che spiccavano dalla corona di viole del pensiero, orchidee e gigli quasi vitrei per il loro statuario colore, una gigantesca corolla che adornava l’intera superficie con i fiori più belli che Mina avesse mai visto. Tra le due superfici, vi era un maestoso trono di ghiaccio. Sbalordita, Mina notò che era del tutto identico al trono della sala del trono di Novgrad, ogni particolare, ogni pezzo e ogni decorazione era precisamente uguale, eccezion fatta per il centro dello schienale, dov’era installata una lunga lancia azzurro lieve, dalla punta splendente di puro diamante, dove poco sotto era riprodotto il simbolo del ghiaccio e si stagliava sul trono come una colonna di freddo ghiaccio.
Mina osservò con meraviglia quel trono «Quella... è Lyod?»
«Sì, ma non è per questo che ti ho condotta qui...» rispose l’uomo e indicò le due superfici rettangolari. Mina sfiorò con la mano la superficie a destra e notò che a lato vi era una piccola iscrizione. Provò a leggere, ma erano riportati degli strani caratteri che non aveva mai visto. Sembravano dei disegni squadrati di linee continue l’una vicina all’altra. Non riusciva a capire nemmeno quando cominciava un simbolo e dove finiva l’altro. Aguzzando la vista, notò che la superficie di ghiaccio superiore era trasparente e vide che all’interno vi era racchiuso un uomo, dalla corporatura possente, vestito con un’armatura nera, su cui era avvolto un lenzuolo di seta azzurra con il simbolo in oro dell’aquila egriliana cucito sopra, aveva una lunga barba che copriva il suo atletico collo, labbra sottili nascoste dalla peluria e due folti baffi, guance scavate e un naso importante che si stagliava dal viso, gli occhi erano chiusi, ma sembravano molto piccoli e con delle grosse occhiaie che li rimpicciolivano ulteriormente, i capelli erano biondi e lunghi e sulla fronte aveva una corona d’oro con tre pietre preziose, una al centro azzurra e due ai lati, rossa e verde. Mina sgranò gli occhi Ma io quest’uomo l’ho già visto! e osservò l’altra superficie. Era distesa una donna dalla corporatura atletica, anch’essa rivestita dell’armatura di piastre nera e avvolta con il lenzuolo con su ricamata l’aquila egriliana, ma qui la seta era bianca e l’aquila in azzurro. Aveva un seno prosperoso e un collo alto e massiccio, un mento addolcito, dalle paffute guance tonde, labbra carnose, ma piccole, un minuto naso all’insù, dagli occhi grandi e circolari, con dei lunghi capelli biondi mossi che si espandevano come le onde dei fiumi ghiacciati sotto un sottile strato di ghiaccio. Anche lei indossava una corona d’oro, ma era più sottile, con dei rami intrecciati e aveva cinque pietre preziose attaccate a essa.
Io ho visto anche questa donna... «Ma sono... tombe!» esclamò Mina.
L’uomo annuì «Esatto...»
«Mi stai dicendo che se dovessi essere sconfitta, morirò? Scusa ma non mi sembra una gran rivelazione... cioè... era logico che finisse in quel modo...» rispose lei con sfrontatezza.
L’uomo sospirò «Hai capito chi sono?»
Mina osservò nuovamente i due cadaveri «Chiunque ti potrebbe dire chi sono. Xylnius I il freddo e la regina imperatrice Militsa.»
L’uomo annuì «Eppure chiunque ha dimenticato la loro storia...» e avanzò verso il fondo della stanza.
«Cosa? E cosa centra questo, scusa?» e lo seguì.
L’uomo non rispose e continuò il suo cammino. Giunsero davanti a una gigantesca lastra di pietra, su cui erano incisi simboli del tutto simili a quelli riportati sulla tomba. Davanti alla lastra c’erano cinque persone. Riconobbe tutte loro e provò un senso di nostalgia. Alla sinistra spiccava il ciuffo ribelle di Zaka che si grattava la testa e con sguardo assente osservava quelle strane scritte. Al suo fianco c’era Soren che invece si massaggiava la lunga barba incolta, scrutando di sott’occhi le strane scritte, al suo fianco c’era Bryce che si stagliava fiero e austero, con petto in fuori, analizzava la lastra con attenzione, in fondo a destra c’era Glenda che ammirava ogni simbolo con sincera curiosità e cercava di riprodurli con le dita su un foglio, imprimendo i simboli con la magia del tuono, bruciacchiando pezzi di pergamena con una sottile scintilla. E alla sua sinistra c’era lui, la tunica nera logora, gli occhi rossi vispi che quasi scintillavano alla visione di quella stele.
«Zephyr!» e corse alle sue spalle per abbracciarlo. Però quando provò a porgli una mano sulla spalla, la mano passò attraverso, come una pallida illusione di un triste cuore in lutto. Mina contorse la mano con rabbia. Zephyr si grattò proprio sul punto in cui la mano l’aveva attraversata. «Zephyr...» sussurrò tristemente «Mi senti?»
Ma l’uomo non si voltò, né sembrava percepire in alcun modo la sua presenza.
Mina provò a sventolargli le mani davanti alla faccia, ad afferrargli il codino, a prenderlo a schiaffi. Ma ogni suo colpo colpì il vuoto e attraversò il suo corpo.
«Zephyr! Zephyr, sono Mina. Ascoltami! Sono qui!» gridò nelle sue orecchie.
Però Zephyr rimase imperterrito a osservare quella stele.
«Sono qui...» farfugliò a voce più bassa «Perché non mi vedi?»
Ma nessuna risposta arrivò dal suo amato.
Mina tuttavia non si arrese e si guardò intorno verso gli altri.
«Zaka! Soren! Bryce! Glenda! Che ci fate qui? Voi mi sentite?» domandò disperata.
Improvvisamente Zaka scosse la testa come un uccellino a caccia di cibo e volse il suo sguardo verso di lei «Generale?» Zephyr mugugnò distrattamente «Uhm...?» Zaka scrutò verso Mina con maggiore attenzione «Credo di aver sentito qualcosa...»
Sebbene si trattasse di Zaka, Mina si sentì rinvigorita Allora ha funzionato! Zaka mi ha sentita! «Zaka! Zaka! Sono io, Mina! Guardami, sono qui!» esclamò agitando le braccia come un’ossessa per cercare di farsi notare.
Tutti si bloccarono in ascolto e si voltarono verso Mina alla ricerca del suono.
Bryce scosse la testa «Io non sento niente...»
Ma Zephyr sollevò un dito «Aspetta aspetta...» e fece tacere tutti quanti un’altra volta.
Mina urlò ancora una volta «Zephyr! Zephyr sono io, Mina! Sono qui! Alle vostre spalle!» e saltò sul posto cercando di fare più rumore possibile.
Zephyr fece spallucce «Non sento niente...»
Per i dieci! È proprio ottuso! s’innervosì Mina, che strepitò ancora di più «Ragazzi! Sono io! Sono qui!»
Tutti tirarono un sospiro di sollievo.
«Ahr ahr! Meno male che Zaka sente le voci nella sua testa...» scherzò Soren.
Glenda concordò «Vero... Caro, capisco che hai un ego smisurato, ma almeno potresti dirgli di fare silenzio?» Bryce e Soren ridacchiarono, Zephyr rimase impassibile e solo Zaka fece una smorfia contrariata.
Mina sospirò avvilita e si afflosciò sul posto e chiuse gli occhi È inutile... Non mi sentono...
Dopo alcuni minuti di silenzio Zephyr chiese «Allora Glenda? Che ne pensi?»
Glenda che stava finendo di ricopiare i simboli, rispose «Uhm... non ne sono sicura... ma credo che si tratti dell’antica lingua...» scosse la testa «Non avevo mai visto un testo simile...»
Bryce si avvicinò alla moglie «Sei in grado di tradurlo?»
Glenda scosse la testa «Purtroppo no... Posso ricopiare i segni, ma non ho la minima idea di cosa possano significare...»
Soren annuì «Potremmo chiedere a qualcuno che ne sa di più, magari a maestra Sofia, che ne dite?»
Zephyr annuì convinto «Sì, quella donna può essere pedante e testarda, ma è davvero brillante, sicuramente ci darà una mano. Nessuno meglio di lei potrà aiutarci.»
Mina sentì salire il fuoco al cervello «Ma tu guarda che farfallone! Cioè... fai finta di non vedermi, ma la brillante maestra bake come ti viene in mente!»
Zaka ridacchiò malevolo «Ah... e poi se è lei a chiederglielo, generale, sicuramente non le dirà di no! Sappiamo tutti che il suo fascino da sparviero fa presa sulla nostra maestra bake...» e si sventolò il ciuffo, suscitando le risate degli altri, eccetto di Zephyr che lo guardò stranito e domandò «Fascino? Ma che dici? Nah... maestra Sofia è una donna così ligia al dovere e professionale, non si lascerà mai abbindolare da due complimenti.»
Gli occhi di Mina fuoriuscirono dalle orbite «Ah! Ma che bravo! Che occhio lungo! Ce la siamo squadrata per bene!» poi si rivolse verso Zaka «E tu piantala di istigarlo, ricciolino invertebrato!»
Stavolta tutti trasalirono e si girarono verso Mina.
«Cos’è stato?» domandò Bryce.
Soren annuì «Stavolta l’ho sentito anch’io...»
Glenda intervenne «Sembrava un grido... rabbioso...»
Zephyr annuì «Stavolta non ci sono dubbi, è alle nostre spalle...»
Mina sgranò gli occhi «Allora reagiscono quando mi rivolgo a loro... O meglio... quando li offendo! Anche prima...» guardò uno dopo l’altro. Poi si voltò verso Zaka e ghignò Eh eh... questa potrebbe essere facile... «Babbeo, cretino, imbecille, demente, stupido, vanaglorioso, riccioluto cafone...»
A ogni suo insulto i volti di ognuno di loro impallidirono sempre più.
Zaka annuì «Sì... è decisamente dietro di noi e sembra alquanto incazzato, aggiungerei...»
Zephyr scosse la testa «Non mi piace... sguainate le armi...» Tutti tirarono fuori le loro armi e avanzarono verso Mina.
«No, ragazzi, sono io! Abbassate le armi! Sono Mina!» cercò di rassicurarli, tenendosi sulla difensiva.
Zephyr gridò «Rivelati, mostro!» mise una mano in avanti e menò un fendente di vento. Mina fu sbalzata all’indietro e lanciò un urlo. Superò le tombe e batté la testa contro qualcosa di duro e metallico, che rimbombò per tutta la grotta. «L’ho trovato! È lì! All’attacco!» gridò Zephyr e tutti caricarono contro Mina.
L’inarrestabile barcollò, mentre si rimise in piedi «No, ragazzi sono io! Non vi farò del male...»
«Meglio così, Naar, perché io te ne farò tanto...» la minacciò una terrificante voce cavernosa alle sue spalle.
Mina rabbrividì e si girò subito. Alle sue spalle vi era un’enorme figura che indossava un’armatura di piastre, con un gigantesco scudo di forma irregolare, che ricordava vagamente una bara, maneggiava un lungo spadone dalla lama adamantina affilata. Non vedeva i connotati del suo viso, nascosti dall’ombra, ma intravide i suoi grandi occhi rossi tondi senza pupilla che rilucevano di malvagità e i lunghi capelli rossi fluenti come il sangue più sporco delle battaglie, che arrivavano giù ai piedi.
Mina balzò all’indietro e afferrò la lama alla cintura. Sentì quasi un mancamento quando non trovò la sua fida Gladiolo Rosa.
«Ah ah ah... perso qualcosa, Naar?» la sbeffeggiò la gigantesca figura.
Mina digrignò i denti. Dannazione! Sono disarmata! «Scappate! Ci penserò io...»
D’improvviso avvertì l’uomo incappucciato alle sue spalle tendere la fiamma blu contro quel cavaliere mostruoso «Ora capisci cosa intendevo, Naar?»
«Addio...» la salutò il cavaliere e affondò la lama dritta nella sua pancia, trapassandola da parte a parte.
Sentì un dolore lancinante allo stomaco, percepì il sapore di acciaio e sangue in bocca. Sentì le forze venire meno. Quel dolore era reale.
Il cavaliere grugnì rabbioso «Credevi davvero di stare sognando ancora, Naar?»
Mina sgranò gli occhi «Che... che hai detto?» farfugliò con un filo di voce.
«Mina!» gridò Zephyr alle sue spalle.
«Zephyr...» farfugliò impaurita, mentre si rimise a sedere.
Era madida di sudore e carica di tensione e paura.