Estratto
Prologo
Dalla sua villa godeva di una vista meravigliosa.
L'immenso giardino era ricoperto di neve, come al solito. Non che ci si potesse aspettare diversamente. A Novgrad il clima era rigido per la maggior parte dell'anno e la tregua del gelo durava sempre troppo poco per lui, che amava così tanto i fiori. I vialetti in pietra grigia, delimitati dalle siepi, erano stati spazzati e ripuliti per bene dai cumuli morbidi bianchi che li ricoprivano, per evitare che la neve potesse sporcare le sue calzature di cuoio e che il ghiaccio potesse far perdere l'equilibrio e facesse cadere lui, o i suoi ospiti nel bel mezzo delle loro passeggiate.
Delle aiuole ben ordinate erano disseminate per tutto il giardino, da cui spuntavano dai nivei manti, piccoli fiori dai petali purpurei, che come delle picche incorniciate da foglie cuoriformi, forzavano la loro via verso l'esterno, facendosi spazio fra la neve che provava a soffocarla sotto la sua gelida coltre. D'altronde, il crisantemo attorniato da uno stelo di spine era il simbolo della sua nobile casata. Il significato di quel simbolo era molto semplice, così come il fiore riusciva a resistere alle più rigide temperature, allo stesso modo la sua famiglia si era fatta largo tra gli intrighi politici e sociali della fredda e spietata società dell'impero di Egril.
Si trattava di una delle famiglie più antiche dell'impero, sin dai tempi dell'imperatrice Xyrod III, era stata estremamente vicina alla famiglia imperiale e aveva intrecciato degli stretti legami con quelle della nobiltà più in vista. Lui era cugino di Svetozar, ministro degli affari interni imperiali e di Daria Venrouth, la regina imperatrice, moglie dell'imperatore Cyril VIII. Sua sorella Vasilia era la sposa di Lord Lyonel Tryvel, ministro della tesoreria imperiale e aveva da poco dato alla luce la sua prima figlia Opima, mentre sua sorella Larisa era la moglie dell'altissimo generale della brigata blu Sever Horsebred, nonché madre del giovane e promettente comandante Bayan. Egli stesso era governatore della regione orientale di Lyospia e gli era stato riservato un posto al concilio imperiale come ministro della difesa dei confini orientali. A coronare il tutto, la sua dolce metà, Mlada Amano, era la sorella del governatore di Enderkij, Ermil Amano.
Rem Kriza era uno degli uomini più potenti dell'impero di Egril e in quel momento era tra i vialetti del suo giardino. Per la precisione stava percorrendo il selciato di pietra che dava all'entrata, dove l'ampio cancello era spalancato. Esso era costruito con alte sbarre di acciaio, sulla cui parte alta erano intrecciati dei rami di rovi e viti, che erano stati cristallizzati affinché mantenessero il loro aspetto intatto e non fossero bruciati dal gelo invernale, dalle continue bufere e dalle nevicate. I rami erano stati modellati in modo da riprodurre il simbolo del casato Kriza, sormontato da un ulteriore siparietto semicircolare di tralci. Ai lati del vialetto, vi erano siepi e aiuole con piante di vario tipo. Tra tutte spiccavano le numerose viole, che coloravano l'intero giardino con i loro colori intensi e variopinti. I narcisi dalle ampie corone sistemati in cima alle siepi, accompagnavano i visitatori verso l'entrata, circondando l'intera redola d'ingresso e con i loro pistilli simili a occhi dorati e le loro corolle simili a gorgiere, che gli conferivano un'aria di supponenza e superiorità, sembravano tanti visi che guardavano dall'alto in basso chiunque entrasse. Bacche di schimmia erano raccolte in concentrati cespugli, posti al centro delle aiuole delle viole e grazie al loro vivace rosso acceso, decoravano l'intera area circostante come se fossero la parte centrale di un fiore, circondata da enormi petali viola, lilla, gialli e bianchi. Fiori di elleboro e di crisantemo erano posizionati sulle fioriere in ferro battuto, che sormontavano le ringhiere delle ampie balconate della villa e delle piante di gaultheria si affacciavano qui e là nei pressi dell'intero terreno.
Il suo giardino era un suo vanto personale e ogniqualvolta accoglieva gli ospiti in casa sua, non poteva fare a meno di mostrarlo a chiunque. Quel giardino era la dimostrazione dei frutti di tutti i suoi sforzi e delle sue premure, nonché una sua passione personale. Ne era talmente orgoglioso, che impiegava delle cure quasi maniacali per curarlo e mantenerlo sempre in ottimo stato. Non poteva fare altro che mirarlo e rimirarlo, ogniqualvolta ne avesse l'occasione, anche quando era da solo.
Tuttavia in quel momento non era sceso in giardino per ammirare le sue amate piante.
Di certo non a quell'ora della notte e non con ancora indosso la veste da camera.
Quella notte l'aria era fredda e umida, tirava un forte vento che lo costringeva a barcollare mentre correva disperato verso l'entrata.
«Aiuto! Aiutatemi!» gridò disperatamente.
Ma nessuno rispose.
«Accorrete! C'è...» ma il suo urlo fu spezzato, quando inciampò su qualcosa di duro poco davanti a sé. Riuscì a stento a mettere le mani avanti per non cadere a faccia a terra. Entrambi i palmi furono profondamente graffiati dall'urto. Cercò di rialzarsi il più in fretta possibile, ma la caviglia gli faceva così male, che a stento si reggeva in piedi. E poi con quella brutta ferita alla gamba che quel maledetto gli aveva provocato, era estremamente limitato nei movimenti.
Era sicuro di aver già visto quell'uomo da qualche parte, ma non riusciva a ricordare dove.
Alzò lo sguardo e notò con orrore, che l'intero viale era disseminato di cadaveri di soldati e guardie. Avevano tutti un elmo circolare in acciaio, con un nasale rettangolare e lucido, una divisa rosso e porpora in cuoio, con delle maglie intrecciate dalle marcate cuciture nere, portavano uno spallaccio in acciaio, allacciato con una fascia in pelle alla cintura dello stesso materiale, con una fibbia d'argento con il ciclamino chiuso, posto in verticale. Ai gomiti e alle ginocchia vi erano delle piccole protezioni in acciaio circolari, decorate con il simbolo della casata inciso in oro. I pantaloni in cuoio rosso, con delle placche in ferro sulle cosce e degli schinieri, ai piedi calzavano degli stivali in cuoio rosso. Erano tutte guardie private al servizio della famiglia Kriza.
Sgranò gli occhi con terrore Maledizione! Sono già arrivati a questo punto? Li abbiamo sottovalutati!
Vide in fondo all'entrata una figura in piedi. Non riusciva a vederla bene, coperta dall'oscurità e dalla cappa che indossava. Dai suoi movimenti, sembrava che stesse pugnalando al collo un'altra figura, che sembrava avere la stessa divisa dei cadaveri lungo il viale. Non appena l'ombra sfilò il pugnale, si rivolse verso la sua direzione.
Sgranò gli occhi orripilato Allora non era solo! Devo scappare, prima che mi scoprano!
Non riuscendo a rialzarsi, decise di rotolare di lato, cercando di nascondersi tra le siepi alla sua sinistra. Se l'ingresso principale era stato preso, allora avrebbe dovuto cercare un'altra via di fuga. Quindi si rannicchiò tra le foglie il più lentamente possibile, per non fare rumore.
Poco dopo, sentì un rumore di passi proveniente dall'ingresso di casa sua e un'ombra nella notte si avvicinava verso il punto dove era rimasta in piedi l'altra.
È lui! pensò con un misto di terrore e disperazione.
Una profonda voce maschile chiese «Mi è sfuggito nella lotta, è passato di qui?»
Gli rispose l'altra ombra «Ho sentito urlare qualcuno. Ma non è passato di qui. Si sta nascondendo da qualche parte nel giardino.» Aveva una voce femminile, seppure fosse più dura.
«Ho ucciso la moglie e suo fratello. Non so se sapevano, ma non potevamo rischiare.»
Attimi di silenzio.
«Dobbiamo cercarlo, altrimenti potrebbe finire male...» riprese la voce femminile.
Dove ho già sentito queste voci?
«Tu resta qui. Io vado a cercarlo all'entrata posteriore. Anche se non l'ho ucciso, gli ho inferto una ferita alla gamba. Non può essere andato lontano.»
«D'accordo.»
Seguirono altri attimi di silenzio. Finché la voce maschile lo ruppe «Mi raccomando Irma cara, fai attenzione. Se hai bisogno, urla con tutte le tue forze.»
«Anche tu, Soren caro. Fai attenzione.»
Udì rumore di passi che si allontanavano. Cercò di spiare tra le foglie, per osservare meglio quei due assassini. Ma non riuscì a vedere niente. Si sarebbe vendicato a ogni costo di quei mostri che avevano osato irrompere in casa sua e gli avevano sterminato la famiglia. Nessuno avrebbe toccato impunemente la famiglia Kriza. Ma ora non era in condizioni per poter combattere, doveva fuggire e riposare.
Ma prima o poi gliel'avrebbe fatta pagare a quei due per tutto il male che gli avevano fatto.
Irma... Soren... non è la prima volta che sento i loro nomi... e nemmeno le loro voci... ma... poi interruppe il flusso dei suoi pensieri. Ricordò quell'evento di alcuni anni fa, alla corte di Cyril VIII. Eppure tutti loro lo avevano trovato un momento così ridicolo, da divenire quasi una barzelletta. Non può essere! Ma allora... Si può sapere in cosa ci siamo immischiati? Che siano giunti per vendicare l'offesa ricevuta?
Cominciò a sudare freddo.
Mise una mano davanti alla bocca per nascondere il suo respiro che si faceva sempre più affannoso e che a causa dell'umidità della sera sprigionava delle solide nuvolette dalla sua bocca. Doveva pensare a qualcosa e in fretta, prima che venisse scoperto.
Poco dopo che una delle due figure si allontanò, l'altra cominciò a frugare tra le siepi. Sentiva scuotere le foglie e le sentiva agitare con vigore.
Dannazione! Se arriva fin qui, mi scoprirà!
Si guardò intorno e non trovando niente che potesse essergli d'aiuto tra le foglie, decise di evocare un piccolo pugnale di ghiaccio. Una lancia sarebbe stata troppo visibile, sarebbe spuntata oltre la siepe e avrebbe rivelato la sua posizione.
Percepì il rumore delle foglie alla sua sinistra farsi sempre più forte. Si stava avvicinando.
Una spada sarebbe stata l'arma ideale. Elegante ed efficace. Però in quello spazio ristretto, avrebbe rappresentato un impiccio. Si sarebbe incastrata tra i rami del suo riparo e inoltre se quella maledetta ombra assassina si fosse avvicinata troppo, avrebbe rischiato di mancarla.
Il rumore delle foglie continuava a crescere e ad avvicinarsi. Ormai riusciva a udire persino il rumore di alcuni rami spezzati nella ricerca.
L'ascia era un arma pesante, scomoda da usare e la considerava un'arma improvvisata da contadinotti e boscaioli. Anzi più che un'arma, l'ascia era un rozzo attrezzo per raccogliere la legna. Di certo non avrebbe potuto usare un oggetto così grezzo per salvarsi.
Sentiva il suono dei suoi passi grevi avvicinarsi sempre di più.
Ormai poteva quasi osservare i movimenti di quell'essere ripugnante con chiarezza.
Per cui il pugnale era la scelta migliore, lo avrebbe tenuto nascosto, gli avrebbe garantito la mobilità adatta alla situazione e il raggio sufficiente per non trovare ostacoli.
Avanti, vieni qui, schifosa assassina! Capirai ben presto cosa significa inimicarsi la famiglia Kriza!
Pose la mano destra in avanti, tenendo per il manico il pugnale con la punta rivolta verso la sgradita intrusa, mentre con la sinistra aveva il palmo aperto con cui avrebbe spinto la lama nel petto con maggiore forza.
Il suono dei passi si fece ancora più intenso. La figura incappucciata era vicina a lui.
Avanti... Ancora un altro passo...
I suoi sensi si acuirono. La gamba gli faceva ancora male, ma non poteva fare altrimenti. O sarebbe morto miseramente.
Ora!
Fece un lieve balzo in avanti, affondando il pugnale dritto di fronte a lui. Nonostante il dolore, riuscì a darsi lo slancio necessario per saltare.
Tuttavia la donna fece un lieve passo all'indietro, iscrivendo un semicerchio con il piede sinistro e con una mossa fulminea, gli bloccò il polso destro, facendogli perdere la lama e gli puntò un pugnale d'acciaio alla gola.
Sentiva la fredda punta pizzicargli il pomo d'Adamo.
Purtroppo il suo maldestro tentativo di fuga, non era andato in porto.
«Pensavi sul serio che non ti avessimo sentito?» lo minacciò sprezzante la donna, avvicinando la punta sempre più in profondità.
Rem ringhiò furiosamente «Tu! Sudicia putrida...»
Ma fu interrotto nuovamente.
Sussultò e tutti i suoi movimenti si bloccarono all'istante.
Percepì un atroce dolore dietro la schiena.
Era indefinito.
Non riusciva a pensare ad altro.
Era così tremendo che si era persino scordato del dolore alla gamba.
Un gigantesco flusso d'aria gli penetrò nella pelle. La schiena era appiccicaticcia, come se un qualcosa di denso e vischioso lo stesse opprimendo. Sentì un altro vigoroso colpo alla schiena, che lo fece irrigidire di nuovo.
Il dolore cresceva sempre di più.
Il freddo s'impadronì di lui.
L'ultima frase che udì, provenne dalla stessa voce maschile che aveva sentito in precedenza e che gli parlava alle spalle «Mi spiace, Lord Kriza. Ma è per il bene di tutti...»
L'ultima cosa che vide, fu il volto della donna di fronte a lui, dall'espressione triste e dispiaciuta, il labbro tremante e assottigliato. Era come se chiedesse perdono, tuttavia al tempo stesso non osasse proferir parola, indegna delle azioni che aveva appena compiuto.
L'ultima cosa che percepì fu il vento che gli flagellava le braccia scoperte, la neve che gli bagnava le guance, il freddo che gli scorreva tra le vene e lo faceva tremare.
L'ultimo suo pensiero andò alla sua famiglia, ai suoi figli ancora in fasce, ai suoi cari, all'imperatore che aveva servito per tanti anni.
Fuggite... vi prego... Rhodes... non... deve...
Rem Kriza cadde disteso nella fredda neve del vialetto spolverato del suo giardino.
Era uno degli uomini più potenti dell'impero.
Aveva connessioni con le famiglie più influenti e un solido sodalizio con l'imperatore. La sua famiglia aveva accumulato ricchezze per generazioni e nessuno avrebbe osato sfidarlo apertamente.
Aveva aiutato, come tutti i membri del concilio imperiale, a mettere al potere il grande Cyril VIII, uccidendo personalmente e ordinando l'uccisione dei suoi fratelli e delle sue sorelle, che lo precedevano nella linea di successione. Poiché loro, a differenza di sua maestà, erano degli stabili impuri.
Lui e le sue sorelle avevano sposato la gente che contava e i suoi figli avrebbero a loro volta sposato altri nobili di alto rango, creando ulteriori connessioni e alleanze per rafforzare la famiglia.
Eppure neanche tutto il suo prestigio, i suoi possedimenti, le sue ricchezze, la sua reputazione e il suo potere riuscirono a salvarlo in quella fredda notte di Novgrad.
Nel gelo della notte, il freddo vento di bora congelò i ciclamini del giardino della villa dei Kriza, di cui più nessuno, da quella notte, se ne occupò.